Festa di Capodanno a Colonia Caroya, Cordoba ( Argentina) 1926, Intendencia Colonia Caroya
ARGENTINA: DUE COMUNITA' ESEMPLARI

Oggigiorno la comunità italianofona più esemplare in argentina è quella di Colonia Caroya, a una cinquantina di km da Cordoba. Si tratta di una comunità, oltre diecimila persone, veneti e friulani, che risale al 1878 e nella quale dopo più di un secolo si parla ancora il friulano o il veneto a livello comunitario. Al suo interno i veneti fra di loro parlano il veneto e per lo più comunicano in friulano con i friulani maggioritari e in spagnolo nelle relazioni pubbliche, ufficiali ed amministrative. E’ un fenomeno straordinario di trilinguismo che può presentare, per gli studiosi, materiali particolarmente interessanti.
Gruppo di veneti-friulani davanti alla Cooperativa Vitivinicola "La Caroyense", Cordoba (Argentina), 1945
Altrettanto interessanti sono le tradizioni etnologiche ed etnomusicali, friulane o venete, e le loro interrelazioni all’interno di tutta la colonia, la quale si è conservata più viva e vitale che altrove appunto perché essa mantiene ancora la sua omogeneità e identità culturale e agro-tecnologica rispetto al contesto autoctono, di origine più che altro meticcia, da cui si sente, per certi aspetti, diversa (può essere sintomatico il fatto che gli autoctoni, in relazione alla tinta più scura della loro pelle, sogliono venir chiamati, magari affettuosamente, “i negri”). Alcuni di questi cosiddetti “negri”, che ovviamente neri non sono, parlano e cantano addirittura in friulano o in veneto. L’esemplarietà di questa civilissima “isola linguistica” è stata fatta conoscere in Italia, a suo tempo, da un servizio televisivo dalla RAI-TV estrapolato da una ampia messe di materiali filmati (linguistici, etnografici e ambientali) raccolti con la consulenza scientifica dello scrivente.
Carrettieri veneti in transito a Fagundes Varela Rio Grande do Sul (Brasile), Anni trenta
Nei pressi del territorio municipale di Colonia Caroya, e confinante con lo stesso, si trova, a una trentina di km da Cordoba, un’altra comunità minore, venetofona in origine, dove in alcune famiglie si sente ancora il dialetto veneto di tipo trentino. Si tratta di Colonia Tirolesa la quale deve il suo nome al fatto che i suoi fondatori (una famiglia di emigranti che provenivano dallo Stato di Santa Catarina in Brasile dove si erano fermati per una decina di anni, alla fine del secolo) erano di origine trentina (o tirolese, come allora si diceva). La sua particolare importanza per i dialettologi risiede nella possibilità di comparare la loro lingua con quella della originaria comunità trentina rimasta in Brasile (precisamente nella zona che oggi si chiama ancora Nova Trento, nel suddetto stato di S. Catarina) per accertarne il grado e i modi di evoluzione-conservazione rispetto al diverso contesto socioculturale (si tenga conto che i primi pionieri dovettero abbandonare il contesto portoghese-brasiliano e adattarsi a quello spagnolo-argentino).
Primi insediamenti dell’attuale città di Caxias do Sul, Rio Grande do Sul (Brasile), 1880 circa
Al sud di Buenos Aires e ad est di Neuquén (provincia di Rio Negro), nella prima fascia del deserto della Patagonia, si è installata, a partire dagli anni venti del secolo scorso, un’altra colonia di immigrati italiani, in gran parte veneti,che si sono andati via via mescolando con altre etnie e si sono estesi nelle zone viciniori lungo lo stesso Rio Negro (superando le 200 famiglie nel solo tratto che va da Mainqué a Lamarque). Si tratta di Villa Regina, che ormai è diventata una città e dove i nostri conterranei (che sono in maggioranza trevisani) continuano ancora a parlare il veneto a livello familiare e comunitario; il che non può far meraviglia se si tiene conto, da una parte, del fatto che si tratta di una immigrazione relativamente recente, e, dall’altra, del tradizionale attaccamento dei veneti, in generale, alla loro lingua. Ciò che invece non cessa di stupire è il miracolo tecnologico ed economico da essi realizzato nel far crescere nel deserto il più importante fruttero dell’Argentina il quale fornisce (soprattutto di mele) tutta la republica e, in parte, il Brasile. Tale trasformazione è stata possibile grazie alla canalizzazione del Rio Negro realizzata all’inizio del secolo su progetto dell’Ing. Cipolletti e con manodopera italiana. La loro lotta contro le avversità naturali (innanzitutto i venti freddi che soffiano dal polo sud e che sempre minacciano le coltivazioni) può considerarsi anch’essa una vera epopea, vissuta tuttavia ancor oggi senza nessuna iattanza, anzi con quella sobrietà e quella misura (quasi un’atavica umiltà) che caratterizza tradizionalmente e notoriamente il contadino veneto.
Immigranti in barconi sul fiume “Cai” nello stato del Rio Grande do Sul (Brasile), diretti verso i terreni loro assegnati. 1875-1880
Nella comunità rimangono vive più che altrove, per i motivi suddetti, oltre alla lingua, le vecchie tradizioni popolari ben note, come quella del gioco delle bocce e dei canti veneti della montagna.
L’interesse, rispetto alle altre comunità, risiede soprattutto nel fatto che sono ancora vivi, accanto alla II e III generazione, alcuni dei primi immigrati, il che consente fra l’altro di confrontare dal vivo le rispettive parlate all’interno dei campioni omogenei e quindi direttamente comparabili.
L'epopea dell'emigrazione veneta:
- Argentina: due comunità esemplari
- Messico: il caso di Chipilo e di altre colonie minori
- Conclusione