![]() |
|
Tavolata familiare a Nova Treviso , Rio Grande do Sul (Brasile) Anni settanta
|
|
LEPOPEA DELL'EMIGRAZIONE VENETA
Giovanni Meo Zilio La prima emigrazione organizzata in partenza dal Veneto (in buona parte dalla provincia di Treviso) e, in minor misura, dalla Lombardia e dal Friuli, risale al 1875. Infatti a partire da quellanno cominciarono ad arrivare in Brasile - negli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà, Espirito Santo, e soprattutto nella cosiddetta zona di colonizzazione italiana ubicata nel Nordest del primo stato, che oggi ha per centro economico, commerciale e culturale la fiorente città di Caxias do Sul con circa 500.000 abitanti: miracolo di sviluppo e modello di un altro veneto trapiantato e cresciuto oltre oceano. Ad esso vanno aggiunte altre correnti migratorie, soprattutto in Argentina e Uruguay, dove molti italiani erano già presenti da prima, e, in minor misura, in altri paesi come il Messico. Le cause principali del fenomeno emigratorio furono, comè noto, la miseria e lemarginazione delle classi rurali dellepoca, se non addirittura la fame, insieme al sogno della proprietà della terra da parte dei nostri contadini (allora veri servi della gleba), spesso ingannati da fallaci propagande interessate, favorite, a loro volta, dallignoranza commista alla speranza che è sempre lultima a morire. Ma va tenuto conto anche di quellinsopprimibile spirito di avventura, quellattrazione verso il nuovo e il lontano che da sempre ha agito sullumanità e che spesso viene trascurato dagli storici dellemigrazione. La traversata atlantica in quellepoca (nel fondo delle stive) fu da sola una epopea che ancora è presente nella memoria collettiva, tramandata in episodi struggenti nei ricordi dei vecchi e nella copiosa letteratura popolare, soprattutto veneto-brasiliana (canti, poesie, racconti), che, a partire dalle celebrazioni del centenario della prima emigrazione in loco (1975), è esplosa qua e là anche in forme stilisticamente pregevoli. Così pure rimane nella memoria collettiva lepopea delle inenarrabili condizioni di arrivo e di insediamento e le lotte della prima generazione per disboscare a braccia la montagna, per difendersi dagli animali feroci, dai serpenti, dagli indios, dalle malattie, per costruire dal nulla strade e abitazioni, per affrontare continuamente la paura che diventava unossessione |
![]() |
|
Famiglia Zattera a Caxias do Sul, Rio Grande do Sul (Brasile) 1913
|
| Questa storia di illusioni e di sofferenze, di eroismo e di umiliazioni, questa storia interna della nostra emigrazione, che rappresenta il rovescio della storia esterna di cui, più che altro, si sono occupati gli studiosi, è ancora tutta da approfondire. Per quanto riguarda il sud del Brasile, che può essere considerato emblematico, un primo gruppo di emigrati arrivò, dopo indicibili peripezie e sofferenze a quella che oggi si chiama Nova Milano, nei pressi di Caxias do Sul. Dal porto di Porto Alegre essi proseguivano in barconi lungo il rio Caì e poi a piedi, per chilometri e chilometri, attraverso la selva, con le poche masserizie sulle spalle, facendosi strada a forza di machete, fino a raggiungere i terreni loro assegnati proprio nella foresta, a nord dei territori pianeggianti e più fertili occupati dalla emigrazione tedesca 50 anni prima. Si può immaginare il costo umano di tutto ciò dopo che essi avevano tagliato i ponti dietro di sé, vendendo i loro poveri averi prima di partire dallItalia. Le tracce della prima colonizzazione si possono vedere ancora oggi in molti nomi di luoghi, come la citata Nova Milano, Garibaldi, Nova Bassano, Nova Brescia, Nova Treviso, Nova Venezia, Nova Padua, Monteberico...; mentre altri come Nova Vicenza e Nova Trento hanno cambiato successivamente i loro nomi originari nei nomi brasiliani di Farroupilha e Flores da Cunha in periodi caratterizzati da xenofobia. Tale xenofobia del governo centrale arrivò al punto che, negli anni dellultima guerra, a quei nostri immigrati che non sapevano parlare il brasiliano, fu proibito (pena larresto) di parlare la loro lingua veneta, con le conseguenze morali che è facile immaginare, oltre alle difficoltà pratiche (le quali spesso sfociavano nel tragicomico!) che tutto ciò produsse fra quella povera gente emarginata a cui era tolta perfino la parola... Si tratta comunque di un fenomeno imponente - in Brasile come in Argentina, sia per estensione, sia per popolazione (nellordine dei milioni di discendenti), sia per la omogeneità e vitalità - il quale per più di un secolo è stato trascurato se non ignorato dal governo italiano e dalle sue istituzioni. |
![]() |
|
Scuola elementare di Rancho dos Bugres nel 1931, Rio Grande do Sul - Brasile
|
| La stragrande maggioranza delle prime correnti immigratorie in America Latina era composta di contadini che, là dove fu possibile, impiantarono nel nuovo territorio le colture e i metodi agricoli tipici delle loro zone di provenienza (a cui si aggiunsero artigiani e commercianti). La cultura che si impose sulle altre fu quella della vite con la conseguente industrializzazione del vino e degli altri derivati delluva, che ancor oggi rappresenta la maggior fonte di ricchezza dello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, che rifornisce tutto il Brasile. Andando per le campagne si trovano ancora vitali certi antichi strumenti (da noi ormai quasi scomparsi) dellagricoltura dell800 e della vita domestica di allora (a Nova Padua, nei pressi di Caxias, il monumento allimmigrante, sulla piazza del paese, è rappresentato solennemente da una vera e propria caliéra da polenta su un imponente piedistallo). Lalimentazione nelle campagne è ancora sostanzialmente quella tradizionale del Veneto a cui si è aggiunto lautoctono e immancabile churrasco (carne alla brace). La religione è tuttora intensamente seguita e sentita, anche perché il clero cattolico e lorganizzazione religiosa hanno accompagnato, fin dal primo momento, le sorti degli emigranti. Basti pensare che le cappelle sono state fino ad oggi i principali centri comunitari nella colonia (leggasi campagna) non solo religiosi ma anche di organizzazione sociale e culturale, e che intorno ad esse si sono formate via via le parrocchie e i municipi. In anni recenti i villaggi dove non vi era un parroco stabile si poteva assistere a scene, per noi incredibili, come quella della popolazione riunita in un capannone che fungeva da chiesa, a celebrare i riti religiosi senza nessun sacerdote e sotto la guida di quello che viene chiamato il prete laico, con la partecipazione attiva e solenne degli anziani del paese. Chi vive in colonia, e ha conservato per lo più il mestiere e le tradizioni dei primi emigranti, fino a poco tempo fa era ancora considerato come emarginato e guardato con sufficienza persino dagli stessi discendenti di veneti abitanti nelle grandi città. Solo da qualche decennio, da quando sono ripresi i contatti effettivi con lItalia, si sta risvegliando ed estendendo una coscienza in positivo delle proprie origini (non più opaco, lontano mito da dimenticare) con una spinta a ritrovare la identità storica: una ricerca, spesso struggente, delle proprie fonti per ripristinare quel cordone ombelicale che era rimasto tranciato da oltre cento anni. |
![]() |
|
Via Julio de Castilhos in Caxias do Sul, Rio Grande do Sul (Brasile) 1918
|
| Il fenomeno più imponente allinterno di questa storia di immigranti senza storia, come qualcuno lha malinconicamente definita, è il mantenimento, dopo un secolo, della propria lingua di origine (il veneto), a livello familiare, interfamiliare e, in determinate occasioni (feste, ricorrenze, giochi, riunioni conviviali, ecc.) anche a livello comunitario; con un grado di vitalità e di conservazione, nelle campagne, che spesso supera addirittura quello del Veneto dItalia il quale, comè noto, è ancora ben radicato fra di noi. Si tratta di quella che i dialettologi chiamano un isola linguistica, relativamente omogenea, dove la lingua veneta ha finito col trionfare sul lombardo e sul friulano, estendendosi come una koinè interveneta allinterno di un contesto eterofono (il lusobrasiliano). Essa ci consente di ricostruire, come in vitro, dopo tre o quattro o anche più generazioni, la lingua dei nostri nonni e bisnonni, soprattutto per gli aspetti orali non documentati come la pronuncia e lintonazione, o per luso di certi proverbi, modi di dire, canti dellepoca. Così, attraverso la storia delle parole (quelle conservate, quelle alterate e quelle sostituite) possiamo ricostruire alcuni spaccati della storia (spesso commovente) di quelle comunità. Essa, a sua volta, rappresenta uno squarcio drammatico e appassionante della storia dItalia e della storia del Brasile. Chi scrive queste righe è un vecchio emigrante che ha provato personalmente quello che molte centinaia di migliaia di compatrioti hanno vissuto: testimone diretto della situazione di quanti, nell' immediato ultimo dopoguerra, hanno attraversato loceano accalcati nella stiva di vecchie navi Liberty, residuati di guerra, dormendo in letti a castello di quattro o cinque cuccette disposte in verticale, con un caldo incredibile ed in condizioni infernali di promiscuità. Egli ha girato in lungo e in largo le Americhe per molti anni, dagli aridi altipiani del Messico fino alla desolata Patagonia argentina. Per molti anni in veste di emigrato e poi di studioso e di ricercatore. Come tanti altri emigranti ha vissuto in carne propria il dramma del trapianto, la mortificazione degli affetti, l' ansia di tante illusioni, il naufragio di tante speranze. Non ignora quindi, accanto alla portata storica del fe-nomeno migratorio, il dolore, la fatica e il coraggio che lo hanno accompagnato, anche perché, pure lui, ha cominciato dalla gavetta - come si suol dire - svolgendo lavori manuali di sopravvivenza. Ma la sua storia personale è poca cosa rispetto alla storia generazionale delle nostre comunità che hanno vissuto, soprattutto nellimmenso Brasile, unepopea inenarrabile di lotte, sacrifici, in condizioni di vita infraumane (in particolare le prime generazioni); epopea trasmessa oralmente (perché nella maggior parte dei casi si trattava di gente che non sapeva leggere né scrivere) di padre in figlio, anzi di madre in figlia perché le donne, come sempre, sono le depositarie delle tradizioni più vitali ed essenziali. Le prime generazioni affrontarono, come si è detto, sacrifici inenarrabili, abbandonate nelle foreste; senza Lari e senza Penati, cioè senza casa e senza famiglia, costrette a sopravvivere in condizioni drammatiche. Persino senza la parola, come si è detto più sopra: senza parola non cè identità, non cè comunità né comunicazione, quindi non cè vita che possa dirsi umana. Ma essi hanno resistito a denti stretti con dignità e coraggio malgrado le umilianti e brucianti condizioni di inferiorità. |
![]() |
|
La città di Caxias do Sul, Rio Grande do Sul (Brasile) nel 1895
|
| Non solo nel Brasile, ma anche in Argentina, e altrove soprattutto i veneti, i lombardi e i friulani, i cosiddetti polentoni (si ricordi che polenta, nel rioplatense popolare, è passata a significare forza, coraggio, al contrario che da noi) assieme ai solidi piemontesi ed agli industriosi e parsimoniosi genovesi, hanno fornito, con le luci e le ombre naturali in tutte le cose umane, un contributo di progresso al paese che li ha accolti. Essi hanno conservato nel cuore fin dallultimo quarto del secolo scorso il sogno ed il mito della madre patria, della madre-matrigna che li ha abbandonati per più di centanni. Loro hanno invece continuato a rimembrarla ed a sognarla nei filò interminabili delle stalle contadine, nellaccorata e discreta intimità familiare, nelle commosse riunioni comunitarie, nelle umili preghiere quotidiane. Attraverso le generazioni hanno conservato incredibil-mente la loro lingua, gli usi, i costumi, i riti, le feste, i balli, i giochi (il tressette, le bocce, la mora, la cuccagna). Giochi conditi da certe nostre espressioni paesane, ormai non più blasfeme, perché eufemistizzate, come Ostrega!, Ostregheta! o Sacramenta!. Si sentono ancora i canti comunitari di una volta, che noi in gran parte abbiamo perduto, e che li hanno aiutati moralmente a vivere, a sopravvivere: nei paesi più sperduti. Nelle piazze di alcuni paesi abbiamo troviamo, come monumenti, oltre alla caliéra della polenta, come già detto, la carretta o la carriola, la gondola veneziana, il leone di S. Marco (addirittura il simbolo del Municipio di Octavio Rocha, nel Rio Grande do Sul, rappresenta il leone di S. Marco che tiene stretto nella zampa il grappolo duva al posto del libro tradizionale!). Quelle persone, con il sacco sulle spalle (con la valigia di legno in un secondo tempo e di cartone in un terzo), fin dal secolo scorso hanno alle-viato la nostra pressione demografica, hanno reso un servizio storico allItalia, ci hanno alleviati dalla fame, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con le loro rimesse, ed oggi acquistano in primis prodotti italiani e quindi potenziano il commercio e leconomia del nostro paese. Si valuta in oltre 100.000 miliardi lindotto proveniente dalla collaborazione economica dei nostri emigrati. Questa gente è sangue del nostro sangue, gente che ha sofferto moralmente e materialmente lemarginazione secolare e dalla quale abbiamo anche qualcosa da impara-re o da reimparare: quei valori che oggi in gran parte si vanno dimenticando. L'Italia, oggi, non può non onorare il suo debito secolare, storico, morale e politico. Sempre per quanto riguarda il Brasile il grosso della prima emigrazione veneta, installata a livello comunitario, si è concentrato, come è noto, nei tre stati del sud (Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà) e, in minor misura, e con un maggior grado di acculturazione rispetto al contesto brasiliano, nello stato di Espirito Santo a nord di Rio de Janeiro. Un fenomeno di emigrazione particolare è quello rappresentato dalla comunità venetofona de Sao Caetano do Sul, nello stato di Sao Paulo (e quindi a nord del Paranà e a sud di Rio de Janeiro) dove i primi immigrati, provenienti in buona parte dal territorio vottoriese, si sono istallati a partire dal 1877 mantenendo la lingua e le tradizioni originarie fino a che sono stati assorbiti dalla megalopoli di Sao Paulo (oggi il Comune di Sao Caetano è praticamente un quartiere della stessa Sao Paulo). Collegata con questa ondata migratoria è anche la storia di Criciuma, nello stato di Santa Catarina. Tuttavia permane ancora vivo il ricordo delle origini che vengono tuttora valorizzate e rispettate per il contributo apportato allo sviluppo socio-culturale ed economico del territorio (esiste un gemellaggio con Sao Caetano do Sul e la Città di Vittorio Veneto promotrice di questa mostra, ed un altro rapporto di gemellaggio si è appena stretto anche con Criciuma). |
| L'epopea dell'emigrazione veneta: - Argentina: due comunità esemplari - Messico: il caso di Chipilo e di altre colonie minori - Conclusione |